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Emozioni e obiettivi

Materiali in anteprima dalla pubblicazione di Daniele Trevisani "Psicologia delle Performance", 2008, volume in fase di pubblicazione. © Copyright

Il potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance© Dal volume Il potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance, Franco Angeli editore, Milano. Autore: Daniele Trevisani

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Le emozioni per l'obiettivo e le emozioni dell'azione

 

Le performance comprendono sia obiettivi (finalità o fini), che mezzi, strumenti che vengono utilizzati per raggiungere l’obiettivo.

Esistono due tipi principali di emozione correlata alla performance:

1- l’emozione per il risultato atteso (il “fine”), che denominiamo in questa sede “emozioni finalistiche” o “profonde”, e

2 - l’emozione che accompagna l’azione (o il “mezzo”), che qui denominiamo “emozioni di superficie”.

Figura 9 – Il duplice fronte emotivo della performance (caso positivo)

 

 

 

 

 

 

 

 Quando parliamo di “emozione di superficie” non vogliamo attribuirvi connotazioni di minore importanza, ma solo una posizione più evidente rispetto al vissuto, poiché riguarda lo strato più osservabile, il comportamento, il gesto, l’azione, mentre il fine rimane più in profondità e sullo sfondo.

Nel caso positivo sopra esposto, immaginiamo un corridore impegnato nella preparazione per una gara, e vediamolo correre sereno, dove passo dopo passo viene assaporato il gusto del corpo che si muove, il piacere del fisico che lavora, la sensazione di libertà e dominio. La gara in sè, inoltre, è vista come un obiettivo positivo, di autogratificazione, non come un obbligo o una pressione imposta da altri. Il fronte emotivo sarà completamente positivo.

Sul lato opposto immaginiamo invece un atleta che si prepara per una corsa, dove passo dopo passo viene ad aumentare il senso di sofferenza, il fastidio per la fatica, la perdita di senso di quello che si sta facendo. La preparazione inoltre riguarda una gara imposta da altri, in un momento in cui si voleva fare altro, e in un luogo che non si apprezza per nulla, nè come ambiente nè per le persone che vi saranno.

L’intero fronte emotivo in questo caso è negativo.

Figura 10 – Duplice fronte negativo

 

 

 

 

 

 

 

 Vi sono inoltre condizioni intermedie: vissuto dell’azione positivo (es: il piacere di un allenamento) ma assenza di rilevanza emotiva per il risultato finale, e la condizione opposta, di forte valenza emotiva del risultato (es: voler a tutti i costi vincere una gara) ma accompagnata da un vissuto negativo della fase di allenamento.

Figura 11 - Matrice emozioni finalistiche / emozioni di superficie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 La stessa dinamica riguarda ogni azione quotidiana.

Immaginiamo di dover tagliare un prato. Avremo una emozione (positiva o negativa che sia) legata al trovare il rasaerba, alimentarlo di carburante o collegarlo alla corrente elettrica, decidere da dove partire, iniziare il taglio, proseguire, vedere il lavoro mentre procede, e “fare passo dopo passo tutto quanto c’è da fare”.

Avremo inoltre l’emozione di fondo legata al risultato atteso, vedere il prato tagliato ed in ordine.

Se queste fasi sono accompagnate da emozioni positive avremo una performance che viaggia “in stato di flusso”, il piacere della manutenzione del prato, la gioia per come vorremmo vederlo. Avremo quindi due stimoli positivi.

Se invece siamo seccati per ogni operazione, sbuffiamo passo dopo passo, e non ci interessa fondamentalmente niente di quel prato, il tutto risulterà estremamente pesante e gravoso. Possiamo avere invece emozioni miste, se amiamo l’atto del tagliare ma il prato in se non ci interessa, o se invece amiamo il prato in ordine ma il fatto di tagliarlo ci dà noia.

Ogni lavoro assomiglia ad un prato da tagliare.

Nessun prato viene tagliato senza compiere un passo dietro all’altro. Lasciar tagliare il prato da un robot, o pagare qualcuno che lo faccia, è una alternativa valida per chi vuole solo il risultato e non l’azione personale. Qui ci riferiamo all’atto umano del fare, all’azione, e alle implicazioni che questo ha sul piano emotivo, il prato è solo una metafora.

Non possiamo sempre e solo delegare gli obiettivi, e in fin dei conti, anche l’atto della delega è un processo che comprende azioni da intraprendere, per cui non si può mai prescindere dal piano sentimentale o affettivo di come viviamo un obiettivo, di quanto ci attiva emozionalmente, di quali emozioni di fondo vengono a galla durante la performance e l’azione, e di come ci accompagnano nel viaggio verso il risultato da ottenere.

Vi sono poi stati emotivi che precedono addirittura l’azione stessa, le emozioni legate alle decisioni da prendere e alle priorità da dare.

Prendere decisioni quando prevale l’emotività negativa e non ragionata è svantaggioso e distorce la chiarezza di visione degli obiettivi. Le decisioni migliori vengono prese in condizione di rilassamento e contatto interiore con se stessi, con le proprie aspirazioni. Le decisioni prese in condizioni di alta emotività o pressione esterna sono spesso affrettate o nella direzione sbagliata.

Nelle relazioni interpersonali seguire le proprie emozioni è importante e per molti aspetti corretto, mentre nelle decisioni professionali è necessario analizzare le proprie emozioni (non seguirle senza raziocinio) per poi decidere come darvi ascolto.

 

Altre schede di Psicologia della Performance:

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